Anche quel giorno, come in tanti altri giorni precedenti, per anni e anni, mi sono detto: coraggio, Alfredo, anche oggi devi sciropparti chilometri e chilometri in treno. Il treno, per uno come me, che di professione fa il rappresentante ma che, nello stesso tempo, per un problema agli occhi, non può avere la patente (e di conseguenza non può guidare l’automobile) è nello stesso tempo la vita e la morte. La vita, perché senza questo mezzo non potrei lavorare. La morte perché i lunghi viaggi in treno ormai mi annoiano all’infinito.
Ma quel giorno il viaggio sarebbe stato particolarmente insolito e stravagante. Naturalmente, io ancora non lo sapevo. Abitando a Genova, sono abituato alle gallerie. Un po’meno a certi inconvenienti che, per fortuna, non sono frequentissimi. Ma, a volte, capitano.
Come, per esempio, il fatto che il vagone che mi ospita, per un guasto all’impianto, rimanga improvvisamente senza corrente elettrica per l’illuminazione. Cioè, in altre parole, al buio. Proprio mentre il treno sta attraversando una galleria…
La scena, nello scompartimento di seconda classe in cui mi trovo, un attimo prima dell’imprevisto black-out è questa. I sei posti a sedere sono tutti occupati. Io mi trovo seduto al centro, su un lato. Alla mia destra c’è una ragazzina giovane, che viaggia da sola, e alla mia sinistra una quarantenne d’assalto, tipo troia volante, con due procaci tette che la vasta scollatura del vestito provvede a mettere in evidenza, mentre le due cosce ben tornite sono messe continuamente a nudo, ogni volta che la troia accavalla le gambe, dal vestito troppo corto.
Di fronte a me siede un uomo sui cinquanta, dall’aspetto severo. Alla sua destra la moglie di quest’ultimo, un tipo segaligno e un vero antidoto contro ogni tentazione sessuale. L’ultimo posto è occupato da un tizio dall’aspetto incerto. Potrebbe essere un uomo oppure una donna: capelli lunghi, viso imberbe, nonostante stia rannicchiato in un cappotto che non consente di vedere nessun dettaglio del suo corpo, ho l’impressione che i suoi occhi siano truccati e che sulle labbra ci sia un filo di rossetto.
Quando piombiamo improvvisamente al buio, si ode una esclamazione collettiva di sorpresa e di disappunto. Per qualche istante il buio è veramente totale per i nostri occhi, che impiegano un po’ di tempo ad abituarsi all’oscurità. Ma anche dopo si continua a vedere veramente poco. Io, che stavo leggendo, abbasso la rivista sulle ginocchia, rassegnato. Ma ecco che…
Ecco che, nel buio compiacente, una mano avida va in esplorazione delle mie gambe, sale impudica verso il mio inguine, si ferma in corrispondenza del mio cazzo (che, nel frattempo, è già diventato durissimo, eccitato fino all’inverosimile da questa straordinaria sorpresa, in un clima di fantastica suspense, rafforzata dalla velocità con cui la stessa si è imposta alla mia attenzione e ai miei sensi), mi sbottona la patta dei calzoni, tira fuori il cazzo e comincia a scappellarlo e menarlo, dando vita a una fantastica sega.
Io sono impietrito. Vorrei fare qualcosa, ricambiare quell’ardita iniziativa, ma sono a tal punto sopraffatto dalla violenta emozione per la imprevista, e assolutamente imprevedibile fino a un attimo prima, situazione, che perdo tempo nel masturbare il mio cervello, mentre l’avversario (avversario? Mah…) continua nella propria tracotante offensiva.
Avverto una presenza chinarsi verso il mio inguine e una bocca calda iniziare un dolcissimo pompino sulla mia cappella che sta per esplodere. E infatti esplode, da lì a poco. E’ una sborrata colossale e la bocca affamata beve tutto, ripulisce accuratamente ogni più piccola traccia di sborra sulla cappella e sul cazzo. Poi si ritira. Io mi precipito a riabbottonare la patta dei miei pantaloni. Appena in tempo. Il treno sta uscendo dalla galleria e improvvisamente tutti quanto noi adesso vediamo di nuovo benissimo.
Chi sarà stato? Mi chiedo. Non oso tentare neppure la più piccola esplorazione con lo sguardo, nel timore di scoprire che l’autore del pompino selvaggio appena messo a segno potrebbe essere, per esempio, il tipo glaciale che mi sta seduto di fronte (capitano, queste cose, capitano…).
Resto irrigidito, con il cervello in fiamme. Forse dovrei fare qualcosa, mi dico. Già, ma che cosa? Se almeno chi mi ha spompinato si fosse appoggiato con il corpo su di me, avrei capito se si trattava di una donna o di un uomo. Invece è rimasto ben lontano.
Al diavolo! Nello scompartimento c’è un solo uomo, oltre a me, ed è il tipo che mi sta di fronte. Sembra che adesso stia dormendo. Non può essere stato lui. Poi c’è quell’altro, quello dal sesso incerto. Sarà un gay o un travestito. Certo, potrebbe essere lui l’autore del selvaggio attacco sessuale. Oh, no! Imploro mentalmente. E se fosse davvero così?
Passo in rassegna, allora, le tre figure femminili. Ma al termine di questa analisi ne so quanto prima. Ricomincio daccapo e poi ancora, ma sempre senza successo. Intanto, il treno è entrato in un’altra galleria e di nuovo piombiamo nel buio. Questa volta non mi farò sorprendere, dico a me stesso. Se la mano mi tocca di nuovo, sarò pronto ad agguantarla e a risalire fino al corpo a cui appartiene.
Ma non succede nulla. Questa è una galleria breve. Chi mi ha spompinato, probabilmente, conosce bene il percorso e sa quando ha a disposizione il tempo sufficiente per una iniziativa sessuale non troppo estemporanea.
Ma si dà il caso che anch’io, pendolare da sempre, conosca a memoria la successione delle varie gallerie in questo tratto. Tra poco ce ne sono di nuovo due molto brevi e poi, subito dopo, una lunghissima.
Rinfrancato da questa consapevolezza e sapendo di avere a disposizione qualche minuto di luce, esco dal torpore e passo al contrattacco, muovendo agilmente lo sguardo tutto intorno. Fisso spavaldamente, adesso, i miei coinquilini di scompartimento, direttamente negli occhi, come per interrogarli in merito al pompino. Tutti abbassano gli occhi. Ahimè, tutto ciò non mi aiuta affatto.
Tento un altro ragionamento. Vado per esclusioni e arrivo ben presto all’unica conclusione possibile. L’autrice della succhiata non può che essere la troia stagionata al mio fianco. Con quell’aria da vacca e da succhiacazzi, deve essere una ninfomane incallita, una che non perde occasione per farsi pompare dai maschi e per succhiare cappelle ben tornite a ogni angolo di strada.
Ormai ho preso la mia decisione. Quando il treno entra nella galleria in cui so per certo che viaggeremo per almeno cinque minuti, non perdo tempo ed è la mia mano adesso ad andare in avanscoperta, infilandosi nella scollatura della vacca, per assaporare la consistenza delle due tette e, subito dopo, andando a intrufolarsi nelle mutandine, dove dà inizio a un ditalino spavaldo. La troia mi sborra sulla mano: la sua fica era già bella umida…
Quando torna la luce e io e lei ci guardiamo, con una luce selvaggia di compiacimento erotico nello sguardo, è fatta. La vacca sta già scrivendo il suo numero di telefono su un bigliettino, che mi passa con gesto furtivo, per fare in modo che gli altri passeggeri non si accorgano della manovra. La puttanona deve scendere: il treno sta entrando nella stazione della città in cui abita.
Dopo, io mi rilasso. Qualcuno ha provveduto a riparare l’impianto elettrico e nelle gallerie successive c’è di nuovo la luce. La prossima stazione è la mia. Mi alzo e mi avvio verso la pedana di discesa, ma… proprio mentre sto scendendo mi rendo conto che qualcuno, furtivamente, ha infilato una mano nella mia tasca del cappotto. Mi volto di scatto, appena a terra, ma non vedo nessuno.
Infilo una mano in tasca e scopro un biglietto: “maschione, hai un cazzo formidabile. Ho ancora in bocca il sapore della tua sborra. Telefonami…”segue un numero di cellulare.
Ma allora… non è stata la troia a spompinarmi. E allora chi?
Improvvisamente, un colpo di vento mi colpisce con violenza e il bigliettino mi cade di mano. Il vento lo trasporta lontano, verso il mare. Oh, maledizione! Non saprò mai chi mi ha spompinato in quella galleria…
Alfredo T. (Genova)
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